giovedì 28 agosto 2014

Senza storia, che futuro?

In un dibattito politico piuttosto autoreferenziale e asfittico, non hanno avuto alcun tipo di reazione le dichiarazioni di Egidio Checcoli della scorsa settimana, le quali invece avrebbero dovuto sollecitare una parvenza di discussione pubblica. L’ex presidente di Legacoop, ricordiamolo, sottolineava l’incongruenza di un PD in cui si commemora pubblicamente Alcide de Gasperi nel sessantesimo della morte, e nulla o quasi si dice di Palmiro Togliatti nel cinquantesimo della scomparsa. Checcoli rammentava (a parer nostro sbagliando) le manganellate della polizia di Mario Scelba ai manifestanti comunisti nell’Argentano come tratto distintivo dell’attività di governo nell’immediato dopoguerra; il che sarebbe un po’ come dire che il PCI emiliano, nello stesso periodo, si faceva riconoscere solo per attivisti che ammazzavano preti, sindacalisti bianchi ed esponenti della DC.
Il punto è però un altro: la storia politica del paese non interessa a nessuno o quasi, quindi del passato si può dire tutto e il contrario di tutto senza difficoltà. Nel PD dell’era Renzi troviamo infatti un confuso “pantheon” in cui si trovano affastellati Enrico Berlinguer, Aldo Moro e, appunto, Togliatti o De Gasperi. Il legame che unisce queste figure? Forse il fatto che erano tutte brave persone? Può essere. E basta così? Evidentemente per il partito di maggioranza relativa la risposta è “sì”.
E’, insomma, l’uovo di Colombo. La nuova e rampante classe dirigente espressa dai Democratici, ha scelto, a livello locale e nazionale, una modalità semplice ed efficace per eliminare il problema della storia e dei suoi snodi, spesso irrisolti: il passato, specie quello del XX secolo, non c’è più. Scelta discutibile e radicale, ma che va incontro a un sentire diffuso, specie nelle generazioni più giovani – e pure nella mezza età – : togliere di mezzo l’inutile e ingombrante orpello del proprio albero genealogico.
Anche solo dieci o venti anni fa, sostenere che la festa dell’Unità poteva essere dedicata a De Gasperi avrebbe sollevato imbarazzo e ilarità, più che polemiche. Eliminando il passato, invece, tutto è più semplice. Si tengono due o tre nomi su cui non si sbaglia mai, che vengono usati come santini buoni per benedire tutto e tutti, e il gioco è fatto. Il PCI e la DC in fondo erano uguali (cosa sostenuta paradossalmente anche da alcuni epigoni locali di Beppe Grillo) e comunque non è cosa che interessi molto, c’è da rottamare e c’è da cambiare verso all’Italia.
Una sparutissima pattuglia di studiosi locali (di cui mi onoro di far parte) una decina di anni fa salvò dal macero l’archivio della DC e del PCI di Ferrara, la famosa città d’arte e cultura. Alla luce dell’evoluzione del PD, la cosa pare si sia rivelata inutile: il passato, infatti, è stato sterilizzato e congelato: chi ha voglia lo mette nel microonde, altrimenti resta in freezer. In modo involontariamente ironico, lo slogan della festa nazionale dell’Unità è “che storia, il futuro”; a questo punto forse sarebbe più corretto chiedersi: “senza storia, che futuro?”. E basterebbe guardare la mappa delle crisi che più ci tormentano in questi giorni, per capire come, senza sapere la storia, non si va da nessuna parte. Anzi, spesso si va a sbattere.

Andrea Rossi.


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