mercoledì 3 luglio 2019

Tutto un altro Mussolini

Roby Guerra è l'ultimo futurista, e come tutti i visionari riesce a proporre un futuro distopico, nel quale Benito Mussolini ci racconta il presente del XXI secolo. Argomento scandaloso e tabù, che però guardando bene, appare meno implausibile di quanto possa sembrare.

Nel volume "Adesso parlo io" (Armando Editore, 2019) troviamo invece, a nostro parere, un duce che ormai è disponibile a tutti tramite Youtube, una fonte accessibile a tutti che dimostra una volta di più quanto la frontiera del "proibito", nel  web sia una utopia grottesca e risibile. Ritroviamo nelle pagine di Guerra "quel" Mussolini: pacioso e assieme piacione antelitteram, acuto e assieme ottuso, empatico verso il pubblico quanto repellente nel privato. Senza freni, come un vero duce multimediale, impossibile da spegnere o da limitare, irrefrenabile.

Un credibilissimo duce contemporaneo, che resta in fondo quello che dal balcone del municipio di Imola, in un cinegiornale del 1936, dice "in fondo siamo tutti dello stesso giro..." mimando il concetto col gesto della mano, nel delirio di piazza del popolo romagnolo. Siamo rimasti lo "stesso giro" anche oggi, in fondo. con gli stessi difetti e gli stessi pregi dei nostri nonni: generosi e rancorosi, genuini e cafoni, analfabeti e saggi, infami e di buon cuore.

Chi cerca di separare un popolo fra eletti e barbari, fa un brutto servizio al paese, e a tutti i cittadini. E il Mussolini di Roberto Guerra, questo Mussolini 2.0, ci mette davanti allo specchio: è oggi, come cento anni fa, l'autobiografia della nostra nazione.

lunedì 15 giugno 2015

L'ignoranza è forza

Due cose, a mio avviso, balzano all’occhio nel dibattito politico di questo giugno

: l’ignoranza e l’intolleranza. Si dirà che entrambe sono le cifre distintive di una stagione non particolarmente brillante delle istituzioni democratiche, se però anche nella sonnolenta Ferrara estiva, nella stagione in cui la gente in genere più che dedicarsi a discutere di amministrazione pubblica, cerca un ristoro dalla calura e dalle zanzare, vuol dire che esiste un progressivo deteriorarsi del vivere civile. Ignoranza e intolleranza mi pare siano sotto gli occhi di tutti, nei toni e nelle forme del dibattito; la gestione trogloditica delle proprie opinioni emerge con chiarezza dalle esternazioni di chi suggerisce di fare una colletta per spedire in Africa un sacerdote che si distingue per il proprio impegno sociale. Se non bastasse il livello truce dell’argomentazione, nella sequela di commenti che sono pubblicamente disponibili sui social network si trova un florilegio ben rappresentativo della poltiglia culturale in cui ci siamo venuti a trovare, e che è a questo punto un dato endemico. In sostanza sono convinto che anche risolto – se mai sarà risolto – il problema dell’immigrazione nel nostro paese, saremo talmente avvelenati di odio che faticheremo a trovare un modo qualsiasi di convivenza.  Ignoranza e intolleranza si trovano appaiate anche nella risibile, ennesima polemica ai danni dell’arcivescovo Luigi Negri, al centro di una querelle basata sul nulla, sul vuoto pneumatico, sullo zero assoluto, con il presule costretto a dare ragione di un presunto attacco al movimento 5 stelle quando invece metteva sull’avviso della manipolazione delle coscienze da parte di chi ha la propria legittimazione da uno studio di consulenza e di marketing. In una città civile, in entrambi i casi, ci si poteva attendere una qualche reazione del mondo associativo, di quello politico e sociale. Le voci che si sono sentite si sono segnalate invece per la scarsa moderazione, se non proprio per l’adesione al modello “rasoterra” di cui si diceva: campagne mail per una sedicente “battaglia” per la laicità dello stato, e bastonate mediatiche a chi accoglie le persone in difficoltà. Solo di passata facciamo presente che, in ambo i casi, parliamo di esponenti del mondo cattolico cittadino, nel suo vertice e nella sua base. Entrambi sacerdoti ed entrami attaccati in modo villano nel mutismo di chi dovrebbe invitare ad un atteggiamento più responsabile, a partire dalla sparuta pattuglia dei cattolici PD, vero monumento all’insignificanza politica in questa stagione che imporrebbe coraggiose prese di posizione pubbliche, chiare e ben definite. Il silenzio, insomma, non sempre è d’oro. In alcuni casi, purtroppo, è di piombo.

lunedì 22 dicembre 2014

le perle del pd ferrarese


che Paolo Calvano, segretario provinciale del PD ferrarese, non sappia tenere a posto la bocca, fuor di metafora, lo dimostrano tutte le sue foto pubbliche e dei social network: perpetuamente sghignazzante, da solo o in compagnia, nonostante sulle sue spalle politiche gravi il peso della provincia più a lungo governata dall'ex pci e contemporaneamente più arretrata del resto della regione Emilia Romagna. Ora, da questo pulpito non esattamente invidiabile, arriva la deprimente lezioncina natalizia all'arcivescovo Luigi Negri, assecondata da qualche esponente di seconda schiera del PD ferrarese alla ricerca delle (fioche) luci della ribalta cittadina. Che dire? In primo luogo che il livello, purtroppo, è basso-rasoterra. Senza andare alla ricerca dei massimi sistemi della politica, e rimanendo nell'ambito locale, a nostra memoria non si ricorda un attacco così livoroso al pastore dell'arcidiocesi. Nemmeno ai tempi dei governi "bulgari" di Roberto Soffritti si tirava a palle incatenate - anche solo per semplici motivi di opportunità e diplomazia - contro il vescovo. Anzi, mi si lasci dire: quella stagione, rispetto a quella odierna, rifulge sempre più per buona creanza istituzionale. In secondo luogo, viene da chiedersi: dove sono i "mister preferenze" espressione del mondo cattolico che sono sui banchi della maggioranza cittadina? A tutti questi va bene incondizionatamente quel che dice il segretario provinciale (e futuro regionale) del loro partito? nulla da obiettare? E per finire, un consiglio a Paolo Calvano: se il suo livello di conoscenza della storia dei rapporti fra stato e chiesa è quello espresso nella sua pagina di Facebook, su Wikipedia ci sono dei riassunti decenti che possono evitare strafalcioni su medioevo, età moderna e contemporanea. Altrimenti sulle bancarelle dell'usato si trova ancora qualche manuale Bignami a prezzi modici. 

giovedì 28 agosto 2014

Senza storia, che futuro?

In un dibattito politico piuttosto autoreferenziale e asfittico, non hanno avuto alcun tipo di reazione le dichiarazioni di Egidio Checcoli della scorsa settimana, le quali invece avrebbero dovuto sollecitare una parvenza di discussione pubblica. L’ex presidente di Legacoop, ricordiamolo, sottolineava l’incongruenza di un PD in cui si commemora pubblicamente Alcide de Gasperi nel sessantesimo della morte, e nulla o quasi si dice di Palmiro Togliatti nel cinquantesimo della scomparsa. Checcoli rammentava (a parer nostro sbagliando) le manganellate della polizia di Mario Scelba ai manifestanti comunisti nell’Argentano come tratto distintivo dell’attività di governo nell’immediato dopoguerra; il che sarebbe un po’ come dire che il PCI emiliano, nello stesso periodo, si faceva riconoscere solo per attivisti che ammazzavano preti, sindacalisti bianchi ed esponenti della DC.
Il punto è però un altro: la storia politica del paese non interessa a nessuno o quasi, quindi del passato si può dire tutto e il contrario di tutto senza difficoltà. Nel PD dell’era Renzi troviamo infatti un confuso “pantheon” in cui si trovano affastellati Enrico Berlinguer, Aldo Moro e, appunto, Togliatti o De Gasperi. Il legame che unisce queste figure? Forse il fatto che erano tutte brave persone? Può essere. E basta così? Evidentemente per il partito di maggioranza relativa la risposta è “sì”.
E’, insomma, l’uovo di Colombo. La nuova e rampante classe dirigente espressa dai Democratici, ha scelto, a livello locale e nazionale, una modalità semplice ed efficace per eliminare il problema della storia e dei suoi snodi, spesso irrisolti: il passato, specie quello del XX secolo, non c’è più. Scelta discutibile e radicale, ma che va incontro a un sentire diffuso, specie nelle generazioni più giovani – e pure nella mezza età – : togliere di mezzo l’inutile e ingombrante orpello del proprio albero genealogico.
Anche solo dieci o venti anni fa, sostenere che la festa dell’Unità poteva essere dedicata a De Gasperi avrebbe sollevato imbarazzo e ilarità, più che polemiche. Eliminando il passato, invece, tutto è più semplice. Si tengono due o tre nomi su cui non si sbaglia mai, che vengono usati come santini buoni per benedire tutto e tutti, e il gioco è fatto. Il PCI e la DC in fondo erano uguali (cosa sostenuta paradossalmente anche da alcuni epigoni locali di Beppe Grillo) e comunque non è cosa che interessi molto, c’è da rottamare e c’è da cambiare verso all’Italia.
Una sparutissima pattuglia di studiosi locali (di cui mi onoro di far parte) una decina di anni fa salvò dal macero l’archivio della DC e del PCI di Ferrara, la famosa città d’arte e cultura. Alla luce dell’evoluzione del PD, la cosa pare si sia rivelata inutile: il passato, infatti, è stato sterilizzato e congelato: chi ha voglia lo mette nel microonde, altrimenti resta in freezer. In modo involontariamente ironico, lo slogan della festa nazionale dell’Unità è “che storia, il futuro”; a questo punto forse sarebbe più corretto chiedersi: “senza storia, che futuro?”. E basterebbe guardare la mappa delle crisi che più ci tormentano in questi giorni, per capire come, senza sapere la storia, non si va da nessuna parte. Anzi, spesso si va a sbattere.

Andrea Rossi.


giovedì 12 giugno 2014

Ciao Bartolo

L’11 giugno scorso è scomparso a Roma, improvvisamente, il segretario dell’associazione nazionale partigiani cristiani (ANPC), Bartolo Ciccardini. Adolescente e partigiano, poi esponente di spicco della sinistra democristiana, era persona mite, tenace e onesta, tenace difensore delle radici del movimento cattolico italiano. Due anni fa decise di impegnarsi personalmente, per sostenere e garantire l’esistenza dell’ associazione, depositaria della memoria di chi combattè la guerra di liberazione col fazzoletto azzurro di Enrico Mattei al collo. Gli ultimi mesi non sono stati felici per Bartolo, che davvero fino al giorno della scomparsa ha lottato e protestato per garantire i fondi necessari alla sopravvivenza dell’associazione, i quali sono stati dirottati altrove, in modo arbitrario e immotivato, causandogli immensa amarezza, specie per le improvvide rassicurazioni avute dai diretti interessati del (magro) beneficio. L’eredità che lascia, in una stagione fra le meno liete per il paese e per i cattolici impegnati in politica, è quella della speranza senza cedimenti al disegno della Provvidenza, che ci fa dire, comunque, anche nel momento di maggiore sconforto “omnia in bonum”, tutto concorre al bene, comprese le cose che oggi non capiamo e che ci addolorano. Personalmente, io che sono stato il suo vice in quest’ultimo scorcio della sua esistenza terrena, posso solo salutarlo con le parole di Benigno Zaccagnini, che ANPC ricordò nel novembre 2009 a Ferrara, con un convegno per il 20° anniversario della morte:

A vég par la mi strè
incontra a la mi guéra
s’a chésch a chesch in téra
e 'zzidèint a ch’i m’tò so.

Arrivederci Bartolo, grazie di tutto.

il tuo "vice".

martedì 11 febbraio 2014

la stanza del silenzio è una boiata pazzesca


Ho provato a contare fino a dieci (e pure a cento), ma purtroppo è più forte di me; la “stanza del silenzio”, inaugurata presso l’ospedale in stile assiro-ferrarese di Cona, alla presenza dell’assessore Chiara Sapigni e al direttore Gabriele Rinaldi, decorata con affresco degli studenti del Dosso Dossi, e con l’accordo di tutti quanti i rappresentanti dei culti riconosciuti e non, è a mio personalissimo avviso, una boiata pazzesca.
Aggiungo che non sto meglio ora che ho fatto questa dichiarazione di contenuto regressivo, reazionario e superficiale, ma almeno non sono costretto pubblicamente a fingere che sia un passo avanti nella tollerante laica plurale democratica e civile società ferrarese, emiliana e italiana. Lo squallido spazio vuoto di alcunché, con un terrificante murale in cui viene riprodotto il deserto e la goccia (a detta della stessa incolpevole autrice, unici simboli che paiono non infastidire il politically correct de noàrtri), è la plastica rappresentazione della civiltà in cui ci troviamo a vivere: il vuoto pneumatico valoriale.
Qualcuno dirà “allora togliamo anche la cappella”, per quanto mi riguarda sì, togliamola; meglio che la casa del Signore resti lontana il più possibile da questo terribile obitorio senza cataletto. Almeno non ci sarebbero infingimenti su cosa debba o voglia rappresentare questo spazio pieno di nulla. Peraltro sul finto rispetto dei culti ci sarebbe molto da dire: il cappellano di Cona non più tardi di sei mesi fa fu esposto alla gogna mediatica cittadina da parte dell’Arcigay per aver messo sulla sua bacheca una pagina di un quotidiano web in cui veniva espresso il dissenso e la disapprovazione per la pseudo “legge contro l’omofobia”. Al tiro al bersaglio, è bene ricordarlo, parteciparono in ordine sparso un po’ tutti coloro che la scorsa settimana hanno applaudito alla plurale laica civile e democratica inaugurazione della stanza del vuoto, a dimostrazione di quanto rispetto reale ci sia per i valori spirituali sbandierati al taglio del nastro di qualche giorno fa.
Si potrebbero aggiungere tante cose, a partire dal fatto che in un ospedale nuovantico dove piove nei corridoi o dove sprofondano le pensiline degli autobus, le forme per manifestare attenzione ai pazienti e ai loro cari potrebbero essere diverse, e i soldi meglio spesi, ma ammetto di non avere i mezzi intellettuali per parlare di cose che non so, e mi rassegno quindi alla protesta in stile fantozziano, rozza e incivile, in attesa di essere messo in ginocchio sui ceci. Spero non nella “stanza del silenzio”…


lunedì 27 maggio 2013

anche i francesi nel loro piccolo ...

... si inc#zzano.


martedì 23 aprile 2013

L'ignoranza è forza (George Orwell 1984)


Gianfranco Rotondi è stato un esponente di terza schiera della DC avellinese, che negli anni ’90 si è progressivamente avvicinato alle posizioni del centro destra italiano, formando, nel 2005, una delle tante schegge della diaspora post-democristiana, il movimento “DC per le autonomie”, sparuta pattuglia che gli ha comunque permesso di ottenere incarichi governativi nell’ultima stagione governativa di Silvio Berlusconi.
Dotato di eloquenza vivace e di un sense of humour difficile da rinvenire fra i fedeli del cavaliere di Arcore, Gianfranco Rotondi ci ha lasciato imprevisti motivi di riflessione nel corso di una intervista rilasciata alla trasmissione radiofonica di Radio24 “La zanzara”; provocato dai conduttori, il politico e giornalista campano, infatti ha svolto una non banale riflessione sulla classe politica del nostro paese, partendo da un episodio avvenuto in questi giorni a Montecitorio, quando a fronte all’indecoroso impallinamento di Franco Marini alla carica di capo dello stato, aveva interpellato uno degli imberbi neodeputati del PD, facendo presente come l’ex segretario del PPI fosse l’unico erede della corrente  “Forze nuove” di Carlo Donat-Cattin, leader vicino da sempre alle posizioni del sindacato cattolico, e quindi uomo di sicura competenza del mondo del lavoro italiano; la laconica risposta dello sbarbatello in quota democratica era stata “io sono nato dopo, non so chi sia questo Donat Cattin”. 
Ora, al di là della constatazione della drammatica incompetenza di una delle nuove leve parlamentari, che tanti improvvidi “peana” avevano suscitato nella sinistra italiana, la non banale riflessione di Rotondi proseguiva in questi termini: siamo entrati nella categoria del “non conosco perché non c’ero”, ossia il giovanilismo incosciente di questo triste momento del nostro paese pone evidentemente come elemento distintivo del proprio profilo politico l’ignoranza del passato, almeno per quanto concerne la stagione precedente alla propria nascita, limite invalicabile oltre il quale evidentemente c’è il vuoto assoluto.
L’ossessivo ritornello delle “facce nuove non legate alla casta” ha così prodotto, nell’immediato, un risultato tanto deprimente quanto prevedibile: le leve trascinate nel parlamento nazionale dai fautori del nuovo a tutti i costi, situati a sinistra, all’estrema sinistra o nelle schiere eterodirette dallo sciamano ligure del M5S, sono uno specchio perfettamente plausibile dei giovani italiani, il cui candore scivola ben presto nella sprovvedutezza se non nell’ignoranza del vademecum minimo che qualsiasi parlamentare dovrebbe avere.
Si dirà che anche tanti politici di mezza età dimostrano lacune simili se non peggiori, e non fatichiamo a dissentire da questo punto di vista. Ma ci chiediamo: se il nuovo è di gran lunga peggiore del vecchio nella conoscenza minima degli elementi sociali e politici che sono patrimonio di tutti gli italiani, come si fa ad esaltarlo, senza alcuna riflessione critica? E’ possibile che basti dire “sono nato dopo” per permettersi l’ignoranza su Amintore Fanfani e Pietro Nenni, su Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, su Bettino Craxi e Ciriaco de Mita? E’ sufficiente l’anagrafe per andare alla Camera o al Senato senza nulla sapere chi è passato su quegli scranni dal 1946 a oggi? O per non avere la più pallida idea di chi fosse Carlo Donat-Cattin?
Gianfranco Rotondi probabilmente non passerà alla storia, ma senz’altro questa generazione di imberbi apprendisti stregoni, che spiegano il vuoto pneumatico delle loro conoscenze con l’anagrafe, farà poca strada. A meno che qualcuno dei più avveduti “rottamati” non inizi a far girare (in formato e-book?) un manuale bignami che copra almeno gli ultimi settant’anni del nostro paese, i quali compresero pure una sanguinosa guerra di liberazione nazionale combattuta per dare diritti e doveri anche a questi deprimenti eredi di tradizioni politiche forse discutibili, ma di dignità impareggiabile rispetto allo squallore di oggi.

giovedì 14 marzo 2013

ex america lux

lunedì 11 febbraio 2013

OMNIA IN BONUM

Omnia in Bonum.

venerdì 18 gennaio 2013

Gli uomini, i programmi e l'ombelico

In questo convulso inizio di campagna elettorale diversi partiti e formazioni, prima ancora di parlare di contenuti, hanno messo in vetrina quel che hanno: chi i programmi, chi gli uomini e chi il proprio ombelico.
La destra ferrarese ha visto l’abbandono del PDL da parte di Alberto Balboni che, con straordinaria perspicacia, ha scoperto a gennaio 2013 che “Berlusconi non è credibile” e pertanto entra a ranghi serrati e ridotti nei Fratelli d’Italia di Ignazio la Russa. Una parola sui programmi della sua nuova avventura politica? Non pervenuta, se non nel consueto strascico di polemiche tra fratelli coltelli rimasti divisi in casa per troppo tempo. Il miracoloso predellino che doveva unire storie e percorsi non solo diversi ma talvolta conflittuali, si è rivelato invece un vero e proprio trampolino verso il nulla. Le parole d’ordine di chi è rimasto a sostenere la quarta campagna elettorale del cavaliere sono le stesse di sempre: meno tasse per tutti e nuovi posti di lavoro. Crederci rappresenta davvero un atto di fede, visto lo sconquasso creato dallo sgoverno degli ultimi quattro anni.
Attendere qualche dichiarazione dai leghisti pare improbabile, visto che il sentimento dominante è il mugugno per l’accordo "della disperazione" con il PDL. Esemplare il fatto che il sindaco di Bondeno Alan Fabbri, con grande senso di responsabilità, ha evitato di cedere alle lusinghe di possibili candidature per restare dove c’è invece un gran bisogno di continuità amministrativa, nel post terremoto (sensibilità che non ha avuto per esempio il sindaco PD di Crevalcore, candidato al Senato).
I democratici, forti di un consenso settantennale, hanno messo al centro della discussione l’ombelico: da qualche mese infatti è un continuo auto-lodarsi per la propria bravura per le primarie, per le parlamentarie e per la scelta delle candidature. Alla fine dalla “lampada di Aladino” delle consultazioni interne sono usciti (piuttosto prevedibilmente) Dario Franceschini capolista e gli inossidabili Alessandro Bratti e Maria Teresa Bertuzzi posizionati fra i quasi certi per riconquistare i posti appena lasciati.
E i programmi? Unico atto concreto sottoscritto da tutti i candidati PD ferrarsi è il convinto appoggio alle proposte dell’Arcigay sui matrimoni omosessuali, tema evidentemente centrale nella provincia con la peggiore congiuntura economica della regione, e che evidenzia nuovamente il sostanziale disinteresse del PD per le famiglie tradizionali e per il loro ruolo di ammortizzatore sociale in questa stagione di terribile crisi economica. D’altronde, come il segretario provinciale Paolo Calvano ha sapidamente commentato "la famiglia formata da uomo e donna è un retaggio del 1400" (perché proprio di quel secolo non è dato sapere).
In perfetta solitudine, l’Unione di Centro ferrarese ha reso disponibile ormai da settimane sul proprio sito web quello che è stato fatto, e che sarà la base su cui ripartire nel 2013 (http://www.udcferrara.it/111.pdf): le misure fiscali per le famiglie, quelle per le cooperative sociali, le detrazioni per i nuclei familiari e le deduzioni per le imprese, la detassazione dei premi di produttività, le detrazioni e deduzioni per gli start up di impresa. Oggi ci troviamo a dover assistere ad una campagna di stampa squalliduccia sui nomi messi in lista da Monti e dall’UDC. Con grande serenità, ci si lasci dire fin dai tempi della DC  i candidati e le liste vengono sempre dopo i programmi, e su questi ci pare di aver espresso con chiarezza quel che intendiamo fare.
Alcuni mesi fa, Pierluigi Bersani aveva detto con fare serioso che non era più la stagione per i protagonismi individualistici, ma che bisognava tornare "alle proposte e alla progettualità della politica": concetti che, in area PDL, portarono il malcapitato Angelino Alfano ad indire le primarie poi cancellate dall'ennesima discesa in campo berlusconiana. Osservando i cartelloni con l’ingombrante primo piano del politico piacentino, e confrontandoli con il logo della “Lista Monti” dove non ci sono volti ma il nastro tricolore, sarà sufficiente guardarsi attorno per vedere chi ha cambiato idea e chi la “progettualità della politica” l’ha messa davvero al primo posto.

lunedì 5 novembre 2012

Le SS dopo Marzabotto

NUOVA STORIA CONTEMPORANEA N. 5-2012

L'inedita storia delle SS dopo Marzabotto in un mio saggio appena uscito per la rivista Nuova storia contemporanea, già disponibile in libreria o in edicola...

martedì 11 settembre 2012

Sudditi nel mondo del "politcally correct"

Dopo settimane di sollecitazioni giunte da cittadini, associazioni, comitati e famiglie, finalmente l’amministrazione comunale di Ferrara ha deciso di comunicare quali e quanti istituti scolastici a causa del terremoto dello scorso maggio, saranno costretti ad aperture ritardate o a provvisori cambi di sede. Sgombro immediatamente il campo da qualsiasi equivoco: da parte mia non intendo mettere in dubbio ne’ la buona fede, ne’ il massimo impegno per risolvere una situazione oggettivamente complessa e difficile da risolvere.
Mi preme sottolineare, però, la totale assenza nel corso dell’estate di qualsiasi aggiornamento sullo stato di avanzamento dei lavori e dei possibili ritardi previsti; i genitori spesso già angustiati da problemi economici e lavorativi, avevano diritto ad essere informati dei possibili disagi, quantomeno in tempo utile per coinvolgere le consuete facilities con cui nel nostro capoluogo si aiutano le famiglie in difficoltà: nonni, zii, amici e parrocchie.
Sindaco e assessore competente hanno chiarito alla stampa che hanno preferito il silenzio a comunicazioni incomplete o erronee; liberi loro di ritenere questa scelta corretta, libero io di dire che questa decisione spiega con illuminante chiarezza come le bistrattate famiglie “classiche” non siano evidentemente la priorità di questa amministrazione, tanto presente su Facebook, Twitter o nei blog personali degli assessori per illustrarci ponderose analisi sui massimi sistemi, tanto assente nella cura della comunicazione istituzionale.
Si dirà che non era possibile fare diversamente. Io resto di avviso diverso, ossia che quanto è avvenuto rappresenti invece alla perfezione la scaletta delle priorità dei vertici democratici estensi; all’interno delle feste del PD svoltesi durante gli scorsi mesi, quella nazionale delle donne e quella provinciale si è discusso per estenuanti serate (disertate regolarmente dal pubblico) di famiglie allargate, famiglie gay, convivenze, unioni civili, anche con allegri spernacchiamenti verso chi all’interno di questo partito ha una visione del mondo legata a valori tradizionali, come la malcapitata Rosy Bindi.
Assenti dai temi delle amabili conversazioni a la pàge degli intellettuali e dei sociologi, ovviamente, le famiglie “naturali” (quelle con mamme, babbi e bimbi per intenderci: roba all’antica); per ritrovare un minimo di visibilità queste hanno dovuto strillare sul web e sui giornali la loro rabbia per essere state tenute all’oscuro su come, dove e quando cominceranno le lezioni nelle nostre scuole. Esorcizzate nei dibattiti sono tornate alla ribalta della cronaca per i disagi che dovranno affrontare nei prossimi mesi. E probabilmente, se non si terrà alta l’attenzione, spariranno nuovamente da qualsiasi discussione politica.
Ancora di recente il sindaco di Ferrara ha detto che i suoi interlocutori sono i cittadini. Allora, caro sindaco, i cittadini si incontrano, le famiglie si vanno a trovare, le assemblee per discutere questa fase difficile vanno convocate, come è stato fatto in quasi tutti i comuni coinvolti nel sisma. Non esiste che i disagi di centinaia di famiglie terremotate possano essere risolti con una conferenza stampa e chi si è visto si è visto. Siamo cittadini e non sudditi!!

A.R.

giovedì 26 luglio 2012

Il PD e le famiglie del "mulino bianco"

Si è da poco conclusa la festa nazionale delle donne del PD, si possono tirare diverse conclusioni, politiche e non, alla luce di quanto ascoltato nella scorsa settimana.
Le contestazioni della comunità gay a Rosy Bindi non sono state ne’ nuove ne’ imprevedibili, e appaiono invece parte di un meccanismo ben oliato e collaudato da qualche anno; la presidente del PD è oggi ripagata del fatto di essersi “esposta sino a diventare infrequentabile dal mondo da cui provengo” (testuale) con la stessa sonante moneta con cui venne liquidata Paola Binetti: lazzi, frizzi, fischi e pernacchi.
La morale, almeno a me, appare piuttosto chiara: è inutile dichiararsi “diversamente cattolici” per essere accettati in un partito che (legittimamente) ha una classe dirigente di estrazione solidamente laica. A questa conclusione ci sono arrivati in parecchi negli ultimi anni, da Francesco Rutelli a Renzo Lusetti, da Enzo Carra a Dorina Bianchi, ma evidentemente repetita non iuvant e resta solo da attendere chi sarà il prossimo a essere macinato dalla claque laicista.
La cosa che lascia perplessi, invece, è il ribaltare all’esterno del partito di Bersani una questione che è nata, cresciuta ed esplosa all’interno del PD; davvero non si comprende questo affastellarsi di dichiarazioni di esponenti di vario livello del PD ferrarese sull’UDC, le cui posizioni sono state gentilmente definite “incomprensibili”, “retrograde”, “offensive”, “reazionarie”. Evidentemente la bile che non si vuole riversare sui propri colleghi di partito, si sputa fuori con la speranza, piuttosto infantile, di distrarre i propri elettori dai pasticci presenti in casa propria.
Fiorenzo Baratelli, direttore dell’Istituto Gramsci, e quindi mio collega storico, si è lanciato in arditi paragoni con la DC del passato, che si distingueva per la propria “laicità” e per una forte componente “progressista”; senza fare trattati sul tema (su cui ho comunque scribacchiato qualcosa) io rammento che nessuno da Alcide de Gasperi a Matteo Ferrari Aggradi, da Enrico Mattei ad Amintore Fanfani per finire col povero Aldo Moro si sarebbe mai sognato di rinunciare al catechismo per l’unità del partito; fermo restando che parliamo di statisti che avevano l’abitudine di prendere messa e di avere un padre spirituale, che per Benigno Zaccagnini era monsignor Ersilio Tonini.
Nella DC la laicità era l’arte sottile della mediazione e della ragionevolezza, declinata secondo l’adagio di san Tommaso d’Aquino: in certis, unitas; in dubiis, libertas; in omnia, caritas. Tutte cose che forse appartengono ad un passato morto e sepolto, ma che non si possono strumentalizzare sperando che nessuno abbia memoria o si occupi di storia.
Sarebbe poi interessante, visto che molti interlocutori vogliono discutere e confrontarsi “sui programmi”, sapere cosa pensa il PD di problemi come il sostegno al reddito per le famiglie tradizionali (che io mi ostino a chiamare naturali), le stesse che diversi democratici in questi giorni hanno chiamato in modo elegante “la famiglia del mulino bianco”: una bella soddisfazione per chi sta dimostrando di essere l’unico ammortizzatore sociale decente nella peggiore crisi economica del dopoguerra. In piena sintonia con questa rinnovata atmosfera di fervore laico, la responsabile ferrarese diritti del PD Sandra Carli Ballola cita Primo Levi sostenendo “per vivere occorre una identità, ossia una dignità”, e cioè? “la fecondazione assistita, il testamento biologico, l’uso delle cellule staminali embrionali, la definizione dei diritti per le unioni civili eterosessuali e omosessuali”. Wow! per essere gli eredi di chi si diceva paladino della fu "classe proletaria" è una rivoluzione. dalla difesa dei diritti delle famiglie numerose diseredate alla difesa dei diritti dei DINK (double income, no kids). 
Io credevo che oggi “la dignità” fosse arrivare in modo decente alla fine del mese, dare opportunità di lavoro a chi lo perde e garantire le condizioni per una maternità e una paternità assistita da un welfare e workfare europeo. Evidentemente a forza di stare nel “mulino bianco” ho perso il contatto con la gente comune. Per riprendere coscienza della realtà, almeno per quanto mi riguarda, farò comunque poca fatica. Mi basta scendere in strada, visto che abito nella ridente via Cesare Battisti di Ferrara.

mercoledì 2 maggio 2012

Benvenuti al parco Benigno Zaccagnini!

Ecco l'inaugurazione. Benvenuti al parco Benigno Zaccagnini, l'angolo "bianco" di Ferrara...

lunedì 16 aprile 2012

Pretacci...?

Con l’arrivo ormai annunciato di “striscia la notizia” a Portogaribaldi, speriamo che la non lieta vicenda che ha coinvolto un bambino diversamente abile che non è stato ammesso all'eucarestia, sia ormai ai titoli di coda, anche se a mio modesto parere siamo ben oltre “la frutta”, ma abbiamo abbondantemente superato il caffè, l’ammazzacaffè e il digestivo.
La mia premessa è semplice: non intendo soffermarmi sulla questione della presunta “comunione non data” (su cui la diocesi ha dato spiegazioni abbondanti ed esaudienti), perché trovo interessante non tanto la cosa “in sé”, quanto le reazioni e gli interventi che si sono succeduti in molti media “on line” e nei commenti di chi a vario titolo, a proposito e quasi sempre a sproposito, ha sentito il dovere di dire la sua su quanto accaduto.
La prima cosa che lascia meravigliati è la quantità di persone, anche in ambito ecclesiastico, che si sono sentite in dovere di dire la propria opinione senza nulla sapere del caso specifico. Ora se don Andrea Gallo o il portavoce della comunità Giovanni XXIII possono avere, tramite le misteriose vie dello Spirito Santo, una idea di fatti e questioni che riguardano un sacerdote e le sue scelte individuali, resta abbastanza misterioso che tipo di illuminazione possono avere avuto gli esponenti ferraresi di Rifondazione Comunista per censurare le scelte del parroco, cosa che può sembrare una barzelletta di cattivo gusto, ma che è avvenuta per via ufficiale: i comunisti estensi hanno duramente criticato don Piergiorgio Zaghi su questioni meramente religiose (!). Non meno sconcertanti sono apparsi i commenti di altri soggetti, come l’Osservatorio sui diritti dei minori, che ha sentito il dovere di insegnare a un sacerdote come si esercita il suo ministero. Non è mancato il tratto grottesco con il presunto ricorso alla Corte europea per i diritti dell’uomo da parte di inesistenti avvocati del foro di Parma, notizia che prima di essere sbugiardata è stata riportata (e commentata in modo pesantissimo, anche sul serioso Corriere della Sera) da quasi tutti i media nazionali.
Si tratta evidentemente di cose che qualche decina di anni fa avrebbero sepolto di ridicolo chiunque si fosse accostato all’argomento. Ma quando mai si è visto un partito, una associazione, o la preclara trasmissione di Antonio Ricci occuparsi di faccende che sono di esclusiva discrezionalità di un sacerdote? E il peggio pare non avere fine: il parroco ha avuto una contestazione da presunti “fedeli” (?), davanti alla Chiesa, e qualcuno ha pensato di tirare un vaso da fiori contro la porta dell’abitazione.
Si dirà che questo campione non rappresenta l’umore dei cittadini. E’ vero. Gli umori della “ggente” infatti sono pure peggiori, basta dare un’occhiata ai commenti on-line che si sono letti in questi giorni su internet, dove si è da “i preti sono una brutta razza”, “la religione succhia i soldi ai gonzi”, ad un altro fenomeno degno di nota: l’improvvisazione predicatoria, l’interpretazione self-made del Vangelo da parte di persone che probabilmente in genere scantonano le chiese come se fossero luoghi per appestati, ma che ovunque sul web si sono sentiti in dovere di citare le Scritture e di giudicare parroco, diocesi e clero. Molti di questi interventi raccolgono un tale quantitativo di baggianate pseudo religiose da Bignami anticlericale che sono di per sé testimonianza di insipienza piuttosto che di saggezza popolare. Eppure desta stupore il numero di coloro che premettendo “io non vado in chiesa, però …” dispensano perle di teologia morale, in cui non manca mai la frase “Gesù avrebbe fatto … Cristo avrebbe detto …”. Che Cristo conoscano non è facile capirlo visti poi gli sfondoni che poi si leggono in queste intemerate.
E i credenti e praticanti, minoranza assediata in questa società sempre più laicista e ostile? Zitti. Muti. Silenziosi. Non una riga sui giornali, non un commento, non dico comprensivo, ma quantomeno equilibrato. Silenzio assoluto, tombale. Anzi, qualcuno esprime vergogna, come se il clima generale facesse ritenere colpa collettiva una questione individuale che colpa non è, ma libera scelta di un sacerdote. Io credo invece che il silenzio sia colpevole arrendevolezza in questa stagione non lieta di costante attacco alla Chiesa.
Per quanto mi riguarda, e fosse anche la sola voce fuori dal coro, di bastonate, mediatiche e non, ne sono arrivate anche troppe su don Piergiorgio Zaghi, a cui invio la mia personale solidarietà per quello che ha dovuto subire e che ancora oggi deve tollerare, nel silenzio generale di chi poteva spendere una parola buona e non l’ha fatto. O di chi magari ha detto parole cattive, sapendo di fare male a un prete che senz’altro vive questo momento non lieto con angustia e dolore.


sabato 17 marzo 2012

SARA' PARCO ZACCAGNINI



Alla fine abbiamo vinto (un po' tutti): la via proposta era davvero dissennata, e così arriverà il parco Zaccagnini, in un bello spigolo di Ferrara, fra via Orlando Furioso e via Fulvio Testi: un parchetto dove da sempre si trovano famiglie e bambini, e dove anche noi festeggiamo spesso il compleanno dei nostri figli... grazie a tutti coloro che si sono impegnati in questa iniziativa, e spero presto che arrivino altre buone notizie...








giovedì 15 marzo 2012

INSIEME PER BENIGNO





Carissimi,



vi volevo coinvolgere su una cosa che mi sta a cuore: a ferrara sarà inaugurata "via Benigno Zaccagnini". Tralasciamo il fatto che come Associazione nazionale partigiani cristiani (ANPC) l'avevamo chiesto cinque anni fa, e ci sono passate avanti "via Muddy Waters" e "via Miles Davis" (evidentemente entrambi hanno dato alla cultura estense di più del maggiore politico cattolico espresso dall'Emilia Romagna nel XX secolo...). Sorvoliamo poi che "Via Benigno Zaccagnini" sarà una fondamentale arteria che collegherà il casello di Ferrara Nord al deposito del Corriere Bartolini e che attualmente è una striscia di asfalto in mezzo alla campagna, con lampioni che illuminano il nulla circostante. Unico nostro desiderio, espresso pure da Giorgio Franceschini (il padre di Dario, recentemente scomparso, che negli anni '50 e '60 fu parlamentare DC assieme a Zaccagnini) era che l'inaugurazione venisse inserita fra le celebrazioni del 25 aprile, vista anche la fortunata coincidenza che il 17 aprile è il centenario della nascita. Bene. La scorsa settimana alla riunione del comitato organizzativo del 25 aprile, alla nostra richiesta sulla questione ci è stato risposto: "il calendario è molto pieno, i cartoncini per gli inviti sono giè in stampa (sic...) la targa non è pronta (ri-sic: ci vuole una settimana), ci penseremo, vedremo, valuteremo, faremo sapere...". Morale: arrivati a questo punto, a parer mio, serve un po' di "moral suasion", perchè la cosa sta assumendo aspetti grotteschi e - a nostro modesto parere - un pelino vergognosi. Nessuno pretende iniziative come quelle che ci saranno a Ravenna (http://www.fondazionecassaravenna.it/News/Centenario-della-nascita-di-Benigno-Zaccagnini.aspx), ma semplicemente di non ritardare ulteriormente decisioni ormai prese nero su bianco e che hanno superato il vaglio di commissioni, sottocommissioni e autorità costituite. Vi lascio quindi la posta elettronica dell'assessore alla cultura Massimo Maisto (segreteria.vicesindaco@comune.fe.it ) e quella del sindaco Tiziano Tagliani (segr.sindaco@comune.fe.it ) per mandare un semplice messaggio: VOGLIAMO VIA ZACCAGNINI PER IL XXV APRILE. Grazie a tutti voi, e un ricordo personale per Benigno: ciao Zac.

lunedì 19 dicembre 2011

oggetti di studio e animali da laboratorio?

Ci siamo sempre astenuti nelle nostre osservazioni di entrare in una spirale vittimistica; in passato avevamo scritto, con ironia e fair play, di “botte ai preti”, “legnate al Papa”, e così via. Va detto però che, mentre si aggrava la presente crisi economica, i media nazionali e con ancora maggior pervicacia il web (social network e blog, soprattutto) stanno orientando l’opinione pubblica con straordinaria pervicacia “contra ecclesia”: il dato di fatto è talmente self-evident che ci pare non necessiti di ragguagli per chi ci legge.

La campagna demagogica sui presunti favoritismi alla Chiesa cattolica in merito all’ICI, che in altri periodi avrebbe probabilmente suscitato l’interesse dell’associazione per lo sbattezzo, o di qualche sparuta pattuglia radicale, è diventato serioso tema di discussione nei talk show e nelle indagini televisive, per non parlare della martellante, ossessiva e indisponente denigrazione che ha invaso Internet: si provi a digitare – a titolo di prova – la trucida invettiva “morte al papa” per vedere quanti e quali risultati siano reperibili sui motori di ricerca più usati (sarebbe interessante sapere se la Polizia postale si è mai interessata in modo sistematico di chi incita ad ammazzare il pontefice, ma tant’è …).
In momenti di instabilità e recessione può accadere che si cerchi un capro espiatorio, e probabilmente le gerarchie vaticane hanno tardato a comprendere quanto fosse pervasivo l’attacco anticlericale; aggiungiamo che diversi alti esponenti del clero avrebbero potuto comunicare in modo migliore la posizione della Santa sede, e forse potevano meglio meditare alcune dichiarazioni che sono risultate in fin dei conti ulteriore benzina sul fuoco. Resta il fatto che questo accanimento inizia a non sembrare casuale e dovuto alle fortuite contingenze in cui la nostra non fortunata nazione si trova. Luca Negri, sul sito web www.ragionpolitica.it, lo scorso settembre – piuttosto profeticamente dichiarava: “… La cultura progressista e l'incultura anticlericale possono sferrare l'ennesimo attacco alla Chiesa di Roma, presentata non solo come parassitaria (vedi la campagna contro l'esenzione da Ici e l'uso dell'otto per mille) ma come nociva, maligna, criminale. La religione cattolica è attualmente la più perseguitata del globo, lo dicono i dati di una fonte credibile come Amnesty International; questa persecuzione assume un aspetto sanguinario e liberticida in alcuni paesi islamici o comunisti. Purtroppo però nell'Europa scristianizzata e disorientata la persecuzione assume invece caratteri di una Kulturkampf pronta a diffondere ogni falsità e a deformare le verità …”. Troviamo che "Kulturkampf" non sia termine esagerato. Qui infatti si tratta di una guerra culturale, condotta ormai in modo sistemico, senza nemmeno la parvenza di dialettica culturale.

A metà di questo dicembre, l’Istituto storico “Ferruccio Parri” di Bologna ha promosso un corposo convegno, peraltro patrocinato dalla presidenza della Repubblica, dal titolo “Anti-Risorgimento: dalla critica alla delegittimazione”. Il direttore dell’Istituto, peraltro persona squisita e studioso di solide basi scientifiche, nel presentare l’iniziativa, così giustificava la necessità dell’appuntamento culturale: “… tra gli scopi che propone il convegno c’è quello di mettere a fuoco i tempi, gli attori e le modalità attraverso i quali la critica su basi scientifiche ha lasciato il posto a una serie invadente di revisionismi ideologicamente e territorialmente connotati …”.
In sostanza, una assise dei migliori ricercatori accademici del nostro paese, si riunisce (si badi bene) non per “discutere con” chi ha giudizi e valutazioni storiche alternative a quelle del mainstream incensatorio che è emerso in occasione del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, ma per “discutere di” chi ha cercato di spiegare l’ottocento italiano in modo critico ed – ebbene sì – revisionista …; in sostanza l'oggetto di studio sono le posizioni di altri ricercatori, trattati evidentemente come cavie di laboratorio.

Fra gli oratori, nessuna voce altra, nessuna stecca nel coro, nessuno studioso che abbia proposto indagini diverse da quelle canoniche rinvenibili in cent’anni di manuali di storia, tetragoni a qualsiasi deviazione dai desiderata del venerabile Silvio Spaventa che voleva la scuola pubblica come palestra di scristianizzazione del paese: una opera di pietas laica altrove definita eufemisticamente come “instaurazione della religione civile”. Niente di tutto questo: le voci altre sono l’oggetto stesso del dibattito, come se l’espressione di una diversa opinione sul Risorgimento, nell’Italia del XXI secolo debba essere trattata alla stregua una patologia, per la quale i medici-storici si affannano per trovare la cura. E’ spiacevole osservare una situazione in cui le interpretazioni di un fenomeno vengono trattate come i “deviazionismi” di staliniana memoria, e quindi non affrontate con metodo critico, ma ostracizzate in senso assoluto: si tratta infatti di “revisionismi ideologicamente connotati”, definizione pedante ed astrusa, di chi con tutta evidenza ha perso l’abitudine di discutere con chi la vede diversamente da lui.
Non disperiamo nel recupero della razionalità da parte di tanti amici (che tali sono davvero) che hanno partecipato al convegno, di cui conosciamo le capacità e i meriti; confidiamo, per tutti noi, che finita questa sbornia laicista ci siano i margini per riprendere il confronto fra studiosi di ogni ispirazione, senza distinzioni fra "soggetto di studio" e "oggetto di studio".


a.r.

lunedì 24 ottobre 2011

Nil sub sole novum

l’assessore provinciale ferraresee Caterina Ferri ci dà notizie confortanti: non occorre rinnovare il PD ferrarese, perchè i “rinnovatori del PD” convocati a Bologna per acclamare la gestione Bersani, “hanno imboccato la strada già percorsa dai democratici estensi”. Ora, chiunque può osservare l’involontario umorismo di questa dichiarazione, come chiunque può osservare il “rinnovamento” radicale del PD cittadino, quello che ha trasformato le “feste dell’unità” in “feste dell’unità democratica” per non dover buttare via le insegne vecchie di 60 anni.
Scavando più a fondo, l’assise bolognese guidata dalla ex pasionaria Debora Serracchiani e dal carneade Pippo Civati, benevolmente osservati dal politburo del PCI-PD, ci fa effettivamente scoprire una strategia di cui la nostra provincia è davvero maestra: dividere gli avversari per indebolirli. Ad Argenta esplode l’ira dei soci Coopcostruttori? Il comitato dei creditori (Carspac) dopo qualche mese si divide in 1 e 2. Emerge il problema Orbit a Vigarano? Guarda caso al comitato dei cittadini infuriati si affianca quello dei cittadini benevoli. In via Battisti nasce un agguerrito gruppo di cittadini esausti dei soprusi di spacciatori e malviventi? Sfortuna vuole che il comitato si scinde (casualmente) fra “duri” e “mansueti”. A Bologna si è visto molto del metodo Ferrara: c’è del malumore fra i giovani e le cariatidi post-comuniste? Guarda caso a fianco dei radicali di Matteo Renzi spuntano (magicamente) i rivoluzionari-moderati (!) che applaudono Vasco Errani e che tanto piacciono anche a Caterina Ferri.

D'altronde che problemi ha Ferrara? Nessuno. E questo è un fatto confermato e acclarato anche dal segretario provinciale del partito comunista ferrarese Paolo Calvano, il quale, sempre a Bologna, fra gli applausi laici e progressisti, ha dichiarato che "il sindaco, anche se cattolico, non ha creato problemi: abbiamo approvato il registro delle coppie di fatto e il testamento biologico". Di fronte a certi "cattolici" fa bene Bersani, che quando deve parlare con un rappresentante di questo elettorato non guarda dentro al suo partito plurale e democratico, ma va a cercare Pier Casini...
Che dire? Davvero è come riportano molte meridiane: Nil novum sub sole….

Andrea Rossi