lunedì 27 maggio 2013

martedì 23 aprile 2013

L'ignoranza è forza (George Orwell 1984)


Gianfranco Rotondi è stato un esponente di terza schiera della DC avellinese, che negli anni ’90 si è progressivamente avvicinato alle posizioni del centro destra italiano, formando, nel 2005, una delle tante schegge della diaspora post-democristiana, il movimento “DC per le autonomie”, sparuta pattuglia che gli ha comunque permesso di ottenere incarichi governativi nell’ultima stagione governativa di Silvio Berlusconi.
Dotato di eloquenza vivace e di un sense of humour difficile da rinvenire fra i fedeli del cavaliere di Arcore, Gianfranco Rotondi ci ha lasciato imprevisti motivi di riflessione nel corso di una intervista rilasciata alla trasmissione radiofonica di Radio24 “La zanzara”; provocato dai conduttori, il politico e giornalista campano, infatti ha svolto una non banale riflessione sulla classe politica del nostro paese, partendo da un episodio avvenuto in questi giorni a Montecitorio, quando a fronte all’indecoroso impallinamento di Franco Marini alla carica di capo dello stato, aveva interpellato uno degli imberbi neodeputati del PD, facendo presente come l’ex segretario del PPI fosse l’unico erede della corrente  “Forze nuove” di Carlo Donat-Cattin, leader vicino da sempre alle posizioni del sindacato cattolico, e quindi uomo di sicura competenza del mondo del lavoro italiano; la laconica risposta dello sbarbatello in quota democratica era stata “io sono nato dopo, non so chi sia questo Donat Cattin”. 
Ora, al di là della constatazione della drammatica incompetenza di una delle nuove leve parlamentari, che tanti improvvidi “peana” avevano suscitato nella sinistra italiana, la non banale riflessione di Rotondi proseguiva in questi termini: siamo entrati nella categoria del “non conosco perché non c’ero”, ossia il giovanilismo incosciente di questo triste momento del nostro paese pone evidentemente come elemento distintivo del proprio profilo politico l’ignoranza del passato, almeno per quanto concerne la stagione precedente alla propria nascita, limite invalicabile oltre il quale evidentemente c’è il vuoto assoluto.
L’ossessivo ritornello delle “facce nuove non legate alla casta” ha così prodotto, nell’immediato, un risultato tanto deprimente quanto prevedibile: le leve trascinate nel parlamento nazionale dai fautori del nuovo a tutti i costi, situati a sinistra, all’estrema sinistra o nelle schiere eterodirette dallo sciamano ligure del M5S, sono uno specchio perfettamente plausibile dei giovani italiani, il cui candore scivola ben presto nella sprovvedutezza se non nell’ignoranza del vademecum minimo che qualsiasi parlamentare dovrebbe avere.
Si dirà che anche tanti politici di mezza età dimostrano lacune simili se non peggiori, e non fatichiamo a dissentire da questo punto di vista. Ma ci chiediamo: se il nuovo è di gran lunga peggiore del vecchio nella conoscenza minima degli elementi sociali e politici che sono patrimonio di tutti gli italiani, come si fa ad esaltarlo, senza alcuna riflessione critica? E’ possibile che basti dire “sono nato dopo” per permettersi l’ignoranza su Amintore Fanfani e Pietro Nenni, su Aldo Moro ed Enrico Berlinguer, su Bettino Craxi e Ciriaco de Mita? E’ sufficiente l’anagrafe per andare alla Camera o al Senato senza nulla sapere chi è passato su quegli scranni dal 1946 a oggi? O per non avere la più pallida idea di chi fosse Carlo Donat-Cattin?
Gianfranco Rotondi probabilmente non passerà alla storia, ma senz’altro questa generazione di imberbi apprendisti stregoni, che spiegano il vuoto pneumatico delle loro conoscenze con l’anagrafe, farà poca strada. A meno che qualcuno dei più avveduti “rottamati” non inizi a far girare (in formato e-book?) un manuale bignami che copra almeno gli ultimi settant’anni del nostro paese, i quali compresero pure una sanguinosa guerra di liberazione nazionale combattuta per dare diritti e doveri anche a questi deprimenti eredi di tradizioni politiche forse discutibili, ma di dignità impareggiabile rispetto allo squallore di oggi.

giovedì 14 marzo 2013

lunedì 11 febbraio 2013

OMNIA IN BONUM

Omnia in Bonum.

venerdì 18 gennaio 2013

Gli uomini, i programmi e l'ombelico

In questo convulso inizio di campagna elettorale diversi partiti e formazioni, prima ancora di parlare di contenuti, hanno messo in vetrina quel che hanno: chi i programmi, chi gli uomini e chi il proprio ombelico.
La destra ferrarese ha visto l’abbandono del PDL da parte di Alberto Balboni che, con straordinaria perspicacia, ha scoperto a gennaio 2013 che “Berlusconi non è credibile” e pertanto entra a ranghi serrati e ridotti nei Fratelli d’Italia di Ignazio la Russa. Una parola sui programmi della sua nuova avventura politica? Non pervenuta, se non nel consueto strascico di polemiche tra fratelli coltelli rimasti divisi in casa per troppo tempo. Il miracoloso predellino che doveva unire storie e percorsi non solo diversi ma talvolta conflittuali, si è rivelato invece un vero e proprio trampolino verso il nulla. Le parole d’ordine di chi è rimasto a sostenere la quarta campagna elettorale del cavaliere sono le stesse di sempre: meno tasse per tutti e nuovi posti di lavoro. Crederci rappresenta davvero un atto di fede, visto lo sconquasso creato dallo sgoverno degli ultimi quattro anni.
Attendere qualche dichiarazione dai leghisti pare improbabile, visto che il sentimento dominante è il mugugno per l’accordo "della disperazione" con il PDL. Esemplare il fatto che il sindaco di Bondeno Alan Fabbri, con grande senso di responsabilità, ha evitato di cedere alle lusinghe di possibili candidature per restare dove c’è invece un gran bisogno di continuità amministrativa, nel post terremoto (sensibilità che non ha avuto per esempio il sindaco PD di Crevalcore, candidato al Senato).
I democratici, forti di un consenso settantennale, hanno messo al centro della discussione l’ombelico: da qualche mese infatti è un continuo auto-lodarsi per la propria bravura per le primarie, per le parlamentarie e per la scelta delle candidature. Alla fine dalla “lampada di Aladino” delle consultazioni interne sono usciti (piuttosto prevedibilmente) Dario Franceschini capolista e gli inossidabili Alessandro Bratti e Maria Teresa Bertuzzi posizionati fra i quasi certi per riconquistare i posti appena lasciati.
E i programmi? Unico atto concreto sottoscritto da tutti i candidati PD ferrarsi è il convinto appoggio alle proposte dell’Arcigay sui matrimoni omosessuali, tema evidentemente centrale nella provincia con la peggiore congiuntura economica della regione, e che evidenzia nuovamente il sostanziale disinteresse del PD per le famiglie tradizionali e per il loro ruolo di ammortizzatore sociale in questa stagione di terribile crisi economica. D’altronde, come il segretario provinciale Paolo Calvano ha sapidamente commentato "la famiglia formata da uomo e donna è un retaggio del 1400" (perché proprio di quel secolo non è dato sapere).
In perfetta solitudine, l’Unione di Centro ferrarese ha reso disponibile ormai da settimane sul proprio sito web quello che è stato fatto, e che sarà la base su cui ripartire nel 2013 (http://www.udcferrara.it/111.pdf): le misure fiscali per le famiglie, quelle per le cooperative sociali, le detrazioni per i nuclei familiari e le deduzioni per le imprese, la detassazione dei premi di produttività, le detrazioni e deduzioni per gli start up di impresa. Oggi ci troviamo a dover assistere ad una campagna di stampa squalliduccia sui nomi messi in lista da Monti e dall’UDC. Con grande serenità, ci si lasci dire fin dai tempi della DC  i candidati e le liste vengono sempre dopo i programmi, e su questi ci pare di aver espresso con chiarezza quel che intendiamo fare.
Alcuni mesi fa, Pierluigi Bersani aveva detto con fare serioso che non era più la stagione per i protagonismi individualistici, ma che bisognava tornare "alle proposte e alla progettualità della politica": concetti che, in area PDL, portarono il malcapitato Angelino Alfano ad indire le primarie poi cancellate dall'ennesima discesa in campo berlusconiana. Osservando i cartelloni con l’ingombrante primo piano del politico piacentino, e confrontandoli con il logo della “Lista Monti” dove non ci sono volti ma il nastro tricolore, sarà sufficiente guardarsi attorno per vedere chi ha cambiato idea e chi la “progettualità della politica” l’ha messa davvero al primo posto.